Petrolio in rialzo e dollaro protagonista

I mercati finanziari globali hanno reagito all’escalation in Medio Oriente con il classico aumento dell’avversione al rischio. L’impennata del petrolio (ieri +6,5%, +7% anche oggi sia WTI che su Brent) e le tensioni geopolitiche hanno pesato su molti indici europei, mentre Wall Street ha mostrato sorprendente resilienza. 

Il Dow Jones ha chiuso a -0,15%, lo S&P 500 a +0,04% e il Nasdaq 100 a +0,13%. Il mercato americano sembrava scommettere su un conflitto di breve durata, ipotesi auspicabile per limitare gli effetti macroeconomici interni possibili:

  1. dollaro che si rafforza eccessivamente;
  2. costo delle materie prime che aumenta; 
  3. aumento dell’inflazione;
  4. aumento dei rendimenti sui Treasury;
  5. tassi che non vengano tagliati.

Oggi la storia sembra diversa: la notizia della proclamata chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran e le indicazioni del presidente Trump sulla durata del conflitto nella regione (fino a 4-5 settimane) devono aver spaventato i mercati.

Tali preoccupazioni si sono riversate nelle borse asiatiche (Giappone -3% e Corea del Sud -7% le peggiori) e in quelle europee, che conducono in rosso profondo (media -2%), sull’attesa di Wall Street:

Futures USA 03/03/2026, ore 13.30 – Fonte: investing.com

Il petrolio resta la variabile chiave. Un rialzo prolungato alimenterebbe nuove pressioni inflazionistiche, già evidenti nei sondaggi dell’Institute for Supply Management sul dato PMI uscito ieri, che segnalano un forte aumento dei prezzi pagati dalle imprese americane.

Questo scenario ha spinto gli operatori a posticipare le attese di taglio dei tassi, ora viste più probabili a settembre (e non più a giugno con il cambio presidenza Fed), riducendo lo spazio per un allentamento monetario aggressivo.

probabilità che i tassi rimangano invariati a giugno schizzate ieri, ma in aumento già da un mese

Il dollaro (DXY) ha vissuto nel frattempo la sua migliore seduta da mesi (+0,92% ieri e +0,71% conduce oggi), riscrivendo la retorica che negli ultimi periodi ha messo in dubbio il biglietto verde come riserva di valore sicura a livello mondiale.

Nel momento in cui è servita protezione in liquidità gli investitori non sembrano aver esitato su quale valuta scegliere di detenere in portafoglio e la reazione delle altre principali valute ne è la dimostrazione: cambio EUR/USD a 1,16 contro 1,20 di fine gennaio. 

L’oro, invece, dopo essere risalito ieri (+1,21%) sopra i 5.300 dollari, soffre oggi (-2,86%) a causa di più fattori concorrenti: il dollaro forte, i rendimenti obbligazionari che si sono alzati e, plausibilmente, qualche presa di profitto.

Si perché mentre il petrolio beneficia del premio di rischio supply reale e concreto (settori e industrie subiscono direttamente i rincari della materia prima che pesa su produzione e logistica/esportazioni), con l’oro il bisogno di protezione si bilancia anche con la possibilità di speculare sul prezzo andando a profitto o con la necessita di liquidità. 

In sintesi, è un decoupling classico in crisi: energia sale per shortage fisico, mentre safe-haven “finanziari” come oro oscillano su fattori macro (dollaro/rates).

L’apparente dissonanza tra beni rifugio riflette un mercato diviso tra rischio geopolitico e timori di inflazione più persistente.

Investor toolkit

I mercati finanziari reagiscono rapidamente agli shock, ma è la durata degli eventi a determinarne l’impatto reale. 

In fasi come questa, verificare la solidità della propria pianificazione aiuta a mantenere coerenza e visione di lungo periodo.

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