Il rischio geopolitico tiene petrolio e credito sotto pressione

Materie prime in tensione, metalli preziosi che corrono e finanza in sofferenza in un contesto di crescente incertezza globale.

Materie prime protagoniste 

Il rischio geopolitico è ormai driver principale del movimento dei mercati e sta trovando una prima, chiara espressione nel prezzo del petrolio. Le tensioni interne in Iran e il timore di un possibile collasso del regime hanno riacceso l’attenzione sul Medio Oriente, un’area cruciale per l’equilibrio energetico globale.

Il Brent (BRN1!) ha superato la media mobile a 200 giorni (linea arancione scuro), un segnale che riflette più la paura di un’interruzione dei flussi che una reale scarsità di offerta. 

L’Iran non è un fornitore marginale come il Venezuela, non solo perché il suo petrolio è di più alta qualità (ovvero è meno costoso da raffinare) ma, soprattutto, perché è un fornitore strategico per la Cina e controlla uno snodo geografico strategico come lo Stretto di Hormuz. Anche una sospensione temporanea delle esportazioni potrebbe avere un impatto immediato sui mercati.

In questo contesto, le materie prime stanno assorbendo la maggior parte della tensione. Abbiamo segnalato nei giorni scorsi la corsa di oro e argento, ma mentre il petrolio reagisce a ogni notizia, i preziosi riescono a beneficiare della ricerca di protezione da parte degli investitori.

L’argento (SI1!), in particolare, mostra movimenti molto ampi da inizio anno, alimentati anche da una componente speculativa.

Il tetto al credito agita Wall Street più delle crisi esterne

Se il rischio geopolitico colpisce soprattutto le materie prime, è la politica interna statunitense a creare frizioni sui mercati azionari. La proposta di Trump di un tetto ai tassi delle carte di credito al 10% ha innescato una forte reazione negativa sui titoli della finanza al consumo. Ecco una panoramica:

Il messaggio politico è chiaro: dare priorità al costo della vita dei cittadini rispetto agli interessi economici di Wall Street. I dati sul debito dei consumatori (in basso) spiegano l’urgenza. Il livello di debito (immagine 1), così come le morosità (ritardo nei pagamenti – immagine 2) sono salite ai livelli più alti degli ultimi cinque anni e qualcosa deve cambiare.

Saldo del debito delle carte di credito negli Stati Uniti in aumentato a 1,23 trilioni di USD nel terzo trimestre del 2025 rispetto a 1,21 trilioni di USD nel secondo trimestre del 2025.
Percentuale di prestiti negli Stati Uniti che risultano in ritardo nei pagamenti.

Dal punto di vista dei mercati, però, il problema non è solo il prezzo del credito, ma la sua disponibilità. Un tetto rigido rischia infatti di spingere le banche a ridurre l’offerta verso i clienti più rischiosi, penalizzando proprio le fasce che si vorrebbero proteggere. Gli investitori temono un effetto distorsivo sul sistema del credito e una riduzione della redditività del settore. 

E in un contesto già segnato da interventismo e incertezza regolatoria, questa proposta può pesare più di molte crisi esterne. Non sorprende che le azioni bancarie restino sotto pressione finché il tema rimarrà aperto.

Reazione del settore del credito al consumo (carte di credito, prestiti personali, finanziamenti rateali e servizi di pagamento) alle proposte dell’amministrazione Trump.

Investor toolkit

Quando geopolitica e politica interna generano reazioni emotive e movimenti improvvisi, mantenere razionalità e coerenza diventa essenziale. 

Questo è un buon momento per verificare se la propria pianificazione resta allineata agli obiettivi di lungo periodo e, se utile, confrontarsi per una revisione consapevole della strategia.

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